Marcello

28 aprile 2006

Il lavatrice

Il lavatrice
Il culo era sodo dentro i pantaloncini rossi di due taglie più piccoli, ma le rotondità erano sproporzionate e non appena l’inquadratura si abbassava di qualche centimetro finiva su due polpacci pelosi e nerboruti, reduci da numerose partite di calcetto e da qualche recente caduta dalla bici.
Tutti lo chiamavano Barbara, ma era un uomo e lo si capiva dal monociglio nero sopra uno sguardo strabico, dai baffi incolti, dal pizzetto interrotto da buchi di alopecia, dalla canottiera bianca sgualcita, dal petto villoso e, come se non bastasse, dall’immancabile pancia da birra.

Barbara amava alla follia l’aria aperta e trascorreva tutto il tempo a giocare con l’acqua e a rotolarsi nella polvere del cortile condominiale come un ragazzino di 16 anni pur avendone 23 e dimostrandone 42.

Il più grande problema di Barbara era non aver mai imparato a leggere, principio fondamentale di una convivenza armoniosa col resto del creato, tanto da averle sempre impedito qualsiasi rapporto umano che andasse oltre al semplice saluto.
Infatti quand’era piccolo i suoi coetanei restavano a casa a leggere montagne di fumetti e libri divertentissimi e le loro risa si potevano udire attraverso le finestre aperte sul cortile, quello stesso cortile in cui Barbara rotolava e giocava, da sola.

Un bel giorno scoprì di poter usufruire della pompa innaffiatoio del giardino per condire i suoi giochi con quella particolare imprevedibilità dovuta al fattore umido dell’acqua e da allora il mix con la polvere divenne la sua passione.
Non ci volle molto affinché comprendesse che l’acqua poteva rimuovere la polvere in pochissimi secondi, ma questo non la preoccupava affatto, anzi lo esortava a spingersi verso nuovi orizzonti fatti di pulito che poi sporcava, o di sporco che poi puliva con cura e precisione, quasi maniacale. Altra interessante scoperta fu il secchio: azzurro e con il manico arrugginito era una festa, quasi in maschera.

Dopo mesi di pratica divenne bravissimo nell’arte dell’auto-lavaggio, tanto da meritare l’appellativo di “Lavatrice”, per la gioia sua e dei vicini, che vedevano in questa sua nuova passione una fonte di guadagno. Infatti non ci volle molto tempo per la prima, seria, proposta di lavoro: una Panda gialla dell’85, completamente arrugginita e insozzata dal recente attraversamento di un fiume in piena nonché dalle abbondanti piogge sabbiose portate dai venti del Sud.
All’apparenza era un lavoro impossibile.
Un autolavaggio composto da 12 professionisti del settore fu costretto a chiudere i battenti dopo aver fallito nell’opera, tra le risa isteriche dei passanti e di un vecchio accalappiacani sordo.
Barbara, forte della sua stupidità, non si lasciò intimorire e lesto riempì per metà il secchio azzurro. Con alcuni veloci colpi di spugna rimosse agilmente il primo strato di sporco incrostato e nel giro di un’ora la Panda, non solo era pulita, ma brillava ed era diventata una Uno del ‘93 con marmitta catalitica.

Da quei giorni gloriosi Barbara è diventata il punto di riferimento per centianaia di giovani della zona, più che altro per farsi quattro risate alle spalle di una persona scarsamente sana di mente, però pur sempre un essere umano di tutto rispetto.
Ora lo si può trovare ogni Sabato, sempre nello stesso cortile, a lavare le macchine di tutti i condòmini con quel suo sorriso giallo pipì a 7 denti e l’alito pestifero, ma una voglia di vivere degna di una marmotta maratoneta del Massachusetts.

Grazie Barbara, grazie di esistere.

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