Avevamo deciso di andare a vedere un nuovo centro commerciale poco fuori città. Era stato costruito all’interno di una zona militare che controllava una discarica a cielo aperto di mobili. Montagne di vecchie scrivanie, letti, comodini, cucine e divani, tutti rigorosamente color marrone, erano accatastate le une sulle altre formando una distesa uniforme. Il luogo era circondato da filo spinato e al centro di esso c’era un enorme cubo di cemento grigio, al quale si accedeva tramite uno stretto corridoio asfaltato che divideva l’area. Dopo qualche minuto alla ricerca di un parcheggio, riusciamo a scendere dalla macchina e seguiamo la fila di gente per entrare.
L’ingresso era a pagamento, controllato da un grosso carabiniere armato di mitra: cinque centesimi per sbloccare un tornello e si accedeva ad un montacarichi che portava al piano inferiore. Davanti a me un gruppo di ragazzi dall’accento nuorese ridevano e scherzavano rumorosamente a proposito di una recente bravata alcolica.
Dopo qualche secondo le porte del montacarichi si erano aperte su un ambiente sconfinato, suddiviso da enormi scaffali di legno all’interno dei quali erano esposti migliaia di oggetti diversi, dai libri alle bomboniere, dal cibo ad elementi d’arredo, passando per posate e articoli da regalo.
Ogni zona era suddivisa in piani costituiti da grandi piattaforme collegate tra di loro da ripide scalinate.
Decisi ad esplorare il più possibile ed un po’ intimiditi dall’enormità di ciò che ci circondava, acchiappiamo un piccolo carrello ed incominciamo il nostro giro. Quando decidiamo di passare al piano successivo ci rendiamo conto che è praticamente impossibile portare il carrello giù dalle scale, nonostante sia presente una sorta di piattaforma per disabili che, per un attimo, avevo ritenuto utilizzabile. Dopo aver perso qualche minuto a giocare con un joystick per cercare di far funzionare la piattaforma desisto e chiedo ad un passante se c’è un modo più comodo per portare il nostro carrello negli altri piani. Mi fanno notare un ascensore che forse fa al caso nostro così decidiamo di fare un tentativo ed in quel momento squilla il mio cellulare.
Un amico di Paolo mi chiede insistentemente di non farlo addormentare, perché dopo l’incidente sarebbe stato troppo pericoloso fargli perdere coscienza. Termino la conversazione ed un falegname-muratore, ometto basso e coi capelli bianchi, si appoggia ad una ringhiera con la testa tra le mani: è visibilmente disperato e lo sento singhiozzare. Mi avvicino per chiedergli quale sia il suo cruccio e mi svela di aver appena ricevuto una denuncia da parte di una sua cliente che lo accusa di aver costruito delle scale difettose che le hanno causato la rottura di una gamba.