Il rubinetto fischia. Un’unica nota acutissima, probabilmente un LA, e ci sta facendo impazzire.
Ho provato ad aprirlo lentamente, velocemente, disinteressatamente ma non c’è stato verso: fischia e si diverte a farlo.
L’ho smontato, ci ho spruzzato un po’ di CRC, ho bestemmiato ma il risultato è sempre lo stesso.
Si esibisce nel suo concerto monotonale casualmente ma sempre nei momenti in cui sa che non sono pronto a sopportarlo.
Lo sento ridere sotto i baffi, fiero delle sue performance, indisponente come un mal di testa di primo mattino, ma è la notte il suo momento preferito perché sa di poter sortire il risultato migliore, il danno maggiore, svegliando tutto il vicinato.
Proverò col martello, più tardi.
Avete mai pensato a quante persone fanno la stessa cosa che fate voi nello stesso momento?
Per esempio: quante persone staranno installando in questo momento Windows XP su Virtual PC?
Oppure, quante persone si staranno lavando i denti nel mondo proprio in questo preciso istante?
Io ci penso spessissimo, e mi piacerebbe saperlo.
L’uccellatore dissetante incominciò a prendere a botte il tronco di legno senza badare a spese. Ogni colpo corrispondeva ad un sonoro peto e ad ogni peto un vicino di branda, ancora spossato dalla recente battaglia, sibilava parole senza senso.
“Ti prego, concorde, smettila di frastornare quel povero tronco. E’ inutile sfogare la propria rabbia su cose inanimate. Non possono rispondere.”
Ma l’uccellatore continuava imperterrito a perpetrare la sua opera di devastazione, rifiutandosi di ascoltare oltre.
“Non mi resta che torturarti allora” disse il Seppione. E urlando a squarcia gola liberò tre tigri dalla gabbia poco più su e le costrinse a raccimolare un po’ di danaro prima di fare ritorno alla base.
Passarono così i giorni, mentre dall’altra parte del mondo due ragazzi di nome uguale subivano lo stesso tipo di trattamente da altrettanti manganelli.
Un poliziotto, sicuramente di origini messicane, percuoteva Francord con precisione millimetrica, come se un fabbro gli avesse messo il pepe in culo a suon di meraviglie. Dall’altro capo della strada Francord guardava attonito, conscio di stare osservando in diretta la sua futura sorte. In cuor suo sapeva benissimo che avrebbe potuto scappare a gambe levate e dileguarsi fra le strade buie del quartiere, ma la sua dannata curiosità degna di un filantropo non gli lasciava muovere un solo passo.
Stanco ma soddisfatto, continuava a mescere dal suo otre migliaia di olii diversi, due dei quali sapevano di biondo dal profondo del cuore.
Alla fine decise di andarsene aprofittando del silenzio assordante causato da un treno a protoplasmina che per caso passava da quelle parti.
E’ un titolo molto bello, lo ammetto.
Mi si è palesato mentre riflettevo sull’infinito e mi è sembrato piuttosto insensibile da parte mia rifiutare una così forte tentazione.
Eccolo, è vostro. Fatene buon uso.
Fossi in voi ci scriverei attorno un bel racconto, oppure addirittura un libro intero, chissà!
In realtà sono tutti incasinati.
Qualora non lo fossero sarebbe più simpatico che non veniste a trovarci.
Diaframma 8.
Stai leggendo: mi stai mentendo.
No, con una sola f.
Ti salvi in corner ogni volta, con la scusa di non pensare non dici niente e poi ci sono i milli alla radio e mi rendo conto di non averli sentiti molto bene però la voce è riconoscibile.
Old sparky a me sembra un allegro nome irlandese e quando ho scoperto cosa voleva dire ci sono rimasta molto male.
Non preoccuparti, nessuno andrà ad ammazzare la vecchietta in mezzo agli alberi che vive li, nel verde più blu, anche se il nome suona elettrizzato nessuno le farà del male.
C’ho il naso umido e bollente e marrone: mi fa un po’ schifo ma è il mio naso, ci sono affezionata.
Il problema infatti, anche se forse il problema infatti l’ho già detto, è che non mi ricordo più cosa dovevo dire.
Per concludere:
a: me l’ho vista brutta
b: sospiri sollevano le alzatine di capo.
c: oggi non è solo un giorno qualsiasi ma anche un’altra volta di notte con le anime perse.
I servizi segreti mi avevano trovato e non potevo più nascondermi.
Guadagnai qualche minuto rannicchiandomi sotto un cespuglio, giusto in tempo per togliere la maschera da fisiatra ed indossare il nuovo kilt.
La luce della torcia mi illuminò un piede e poi tutta la gamba, senza lasciare alcun dubbio.
“E’ li, prendetelo!”
I cani iniziarono ad abbaiare rabbiosamente e potevo sentire il loro affannoso respiro avvicinarsi sempre più.
Incominciai a scavare: fu l’unica cosa che mi venne in mente e a quanto pare sembrò la cosa più giusta da fare.
Non appena mi raggiunsero mi salutarono e invece di azzannarmi alle caviglie come pensavo mi aiutarono a scavare, ed incominciarono a chiacchierare del più e del meno come se niente fosse.
E’ così che scoprii che uno di loro era il famoso Dingo, capo dell’esercito rivoluzionario separatista, da anni al comando di un manipolo di ribelli disadattati il cui unico scopo era quello di conservare segatura.
Dingo mi disse di essere finito a servizio del Governo dopo aver capito che la segatura era solo una noiosa seccatura e che la nuova paga sarebbe stata degna del migliore sommelier parigino.
Passarono 20 minuti e la fossa divenne abbastanza larga da lasciarmi intravedere uno spiraglio di luce: eravamo finalmente arrivati dall’altra parte.
Salutai Dingo con un forte abbraccio e mi infilai nell’apertura, sorridendo a quattro ganasce.
E’ grazie a tali visioni che il mio estro si lancia in iperboli creative degne del migliore Leonardo (Pieraccioni).
Ed è sempre grazie a siffatte immagini che mi sveglio sudato nel cuore della notte, urlando di paura.
Ogni volta che spengo la luce ho paura di incontrarlo nei miei sogni.
Grazie Ziu Ninnu: grazie di esistere.
Un mio caro amico mi ha svegliato nel cuore della notte con queste parole:
“Ciao dipanatore di matasse,
sono il montatore di marocchino. Mi ha appena chiamato l’addetto alla defecazione per andare a smontare un segantino a mano incastrato all’uopo da un lappatore di metalli.
Vieni?”
Mi chiedo come posso rifiutare l’invito.
Sarò presto al tuo servizio, costi quel che costi, perché in fondo è sbagliato privarsi di tanto quando si ha così poco.
Saluti.
Ho un mal di testa faraonico.
Oggi è stata una giornata pazzesca.
Come ogni mattina mi sono svegliato alle 6:40 e ho baciato la mia bella, senza considerare l’effetto delle cipolle della cena precedente che suppongo le abbiano favorito il sonno per altri dieci minuti.
Ho preparato la colazione canticchiando il tema di Twin Peaks e speravo proprio di trovare una falena nella mia tazza di Nescafè Nestlè, si proprio loro, proprio quelli che estraggono i chicchi di caffè dalla merda dei bambini africani che poi uccidono col latte in polvere. Invece mi sono dovuto ricredere perché di falene, nemmeno l’ombra. Le ha mangiate tutte il gatto l’altra sera, davanti ad un bel boccale di birra rossa.
Dopo due ore, mentre sfogliavo il giornale per ricollegarmi al resto del mondo conosciuto, la mia bella ha fatto il suo ingresso trionfale e anche un po’ tronfiale in sala da ballo, dove siamo soliti passare gran parte della giornata a guardarci riflessi negli specchi alle pareti.
Aveva fame la piccola, per niente paga dei suoi oltre 120 chili di lardo prorompente. Una libidine a letto quando mi perdo letteralmente fra le sue pieghe.
Mi sono così sentito in obbligo di preparale una carrozza di latticini al salame, dentro un secchio con due uova sopra ed una bella mazza da baseball rossa in alluminio.
Dopo altre due ore e due vasche in piscina abbiamo preso la nostra porsche per andare in ufficio dove ci aspettavano tutti i dirigenti dell’azienda, pronti per essere sculacciati dal sottoscritto e derisi dalla mia bella.
Il migliore di loro, il quarto da sinistra, sta ancora chiedendo pietà ora che è appeso alla statua del Dio Fiore, nel parco di fronte alla mensa aziendale.
Gli altri topi, per lo più stanchi dello spettacolo hanno preferito dileguarsi all’interno dei loro uffici, per continuare a far finta di lavorare.
E finalmente è giunta l’ora di pranzo.
Un lauto pasto a base di panini con hamburger, specialità del nostro cuoco Ranchero, messicano per metà e per metà hamburger egli stesso.
Il rutto di commiato ci ha lasciato l’amaro Montenegro in bocca, e questo mi ha fatto molto piacere, specie la seconda volta. Sapete, non è semplice sapere con chi si ha a che fare in questi frangenti.
Di nuovo alla mia scrivania, a lavorare sodo per salvare le sorti di questo pianeta, ho composto tre romanzi e sovrascritto due file di cui almeno uno non era mio. Un po’ di verticalizzazione, una telefonata al secondo piano, facendo pieno sfoggio di me e della mia brillante cravatta ciondolando sulla balaustra del terrazzo, così, solo per gingillarmi e farmi notare dalle bionde e poi via verso Laltrapartedellacittà, un luogo di perdizione ai confini della realtà in cui ogni uomo si reca almeno una volta nella sua vita per estraniarsi.
Tutto questo solo per farvi capire che adesso, finalmente seduto tra le mie semplici 3 mura ed un soffitto spiovente, posso rendervi partecipi della mia entusiasmante giornata e farvi capire, purtroppo solo in parte, il motivo della mia spossatezza.
Non è facile essere splendido splendente, specie quando sei costretto a passare tutto il tuo tempo libero in un luogo chiuso a contatto con persone brutte e fuori classe, mentre guardi con occhi sognanti lo skyline della città e pensi alle milioni di persone che in quel momento ti stanno desiderando ardentemente.
Stavo giustamente pensando che è arrivato il momento di dare delle spiegazioni razionali ai grandi perché della vita, l’universo e tutto quanto (piccola citazione, grazie per tutto il pesce DNA).
Il primo mistero irrisolto che mi viene in mente riguarda l’obesità.
Ebbene si, vi siete mai accorti di quanti esseri umani sono obesi e di quanti, vergognosamente, mangiano senza mettere su un filo di trippa?
Non venite a dirmi che i primi ingrassano per colpa della vita sedentaria e gli altri restano in forma perché fanno sport.
Sono cazzate inventate dalle lobby delle palestre per far iscrivere più persone ai loro corsi e guadagnare più soldi.
La risposta razionale a tutto questo è semplice come bere un bicchiere d’acqua, perché l’acqua non fa ingrassare ma aiuta a depurare l’organismo.
Esistono i gemelli di stomaco.
Queste persone, anche distanti migliaia di chilometri tra loro, hanno lo stomaco in comune e di solito il primo mangia mentre l’altro digerisce e, conseguentemente assimila.
All’interno del loro organismo si trova un apparato digerente dislocato, una sorta di tele-trasporto naturale che permette al magro di mangiare come un ossesso per poi trasferire tutto il cibo, col relativo onere digestivo, al gemello, fosse anche dall’altra parte del mondo.
Non siete soddisfatti?
Fate male.