Ero protagonista di un film di Pete Steele, leader dei Type 0 Negative.
Il film era ambientato di notte, in una città umida e silenziosa, tra strade desolate e rumori improvvisi, gatti che inseguivano prede invisibili e sussurri incomprensibili di gente altrettanto invisibile.
A rendere ancora più angosciante la situazione era la scelta del punto di vista: le scene erano riprese con una videocamera che simulava alternativamente l’occhio destro e quello sinistro, con tanto di pezzo di naso sfuocato a lato dell’inquadratura.
Avevamo deciso di andare a vedere un nuovo centro commerciale poco fuori città. Era stato costruito all’interno di una zona militare che controllava una discarica a cielo aperto di mobili. Montagne di vecchie scrivanie, letti, comodini, cucine e divani, tutti rigorosamente color marrone, erano accatastate le une sulle altre formando una distesa uniforme. Il luogo era circondato da filo spinato e al centro di esso c’era un enorme cubo di cemento grigio, al quale si accedeva tramite uno stretto corridoio asfaltato che divideva l’area. Dopo qualche minuto alla ricerca di un parcheggio, riusciamo a scendere dalla macchina e seguiamo la fila di gente per entrare.
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Eravamo in un agriturismo, dentro una stanza in cui il proprietario ci stava illustrando alcune caratteristiche della loro azienda agricola.
Ad un certo punto viene interrotto da qualcuno che bussa alla porta.
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Mi trovo su una spiaggia deserta, sconfinata e di sabbia bianchissima, inarcata su un mare verde è cinta da due altissime montagne di roccia perlopiù nuda, con qualche sprazzo di vegetazione qua e la. Il mare è calmo e sembra di essere in paradiso.
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